ADHD: LA NUOVA EPIDEMIA

09 Set

ADHD: LA NUOVA EPIDEMIA

Sempre più spesso incontriamo nella nostra pratica clinica adulti o giovani adulti che, durante le sedute, ci chiedono se sono portatori di ADHD: “forse non me l’hanno diagnosticata in età infantile e quindi ecco perché sono stato così male e ho avuto tutte queste difficoltà a scuola e poi nella vita”.

Una premessa è necessaria. Il nostro approccio, sistemico relazionale, legge ogni comportamento e quindi ogni sintomo come un messaggio altrimenti non dicibile: compito del terapeuta nel percorso con il paziente è tradurre, dare un significato al “comportamento problema”. Siamo fermamente convinte che non esiste nessun gene colpevole della malattia mentale, né sosteniamo che è possibile ereditarla. Crediamo invece che ogni sintomo, si parli di depressione, disturbo del comportamento alimentare, disturbo ansioso, ossessivo, ecc ecc… abbia un significato relazionale. Rifiutiamo la teoria organicista, che sostiene che la psicopatologia è l’espressione di una malattia organica del cervello e che i comportamenti “problematici” siano privi di senso. Al contrario, essi mostrano “il modo di stare al mondo, o meglio, il modo di dare significato al mondo della persona che li manifesta” (M. Gandolfi). Dunque, secondo il nostro modo di lavorare, il paziente viene visto come persona intera e non solo come un cervello malato o un inconscio troppo esuberante: invece di concentrarsi sulla malattia/sintomo ci si concentra sulla persona e sulle sue relazioni.

L’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), secondo il Manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, è definito come disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività. Le diagnosi fioccano in età scolare e sono nel 95% dei casi in comorbilità con i disturbi specifici dell’apprendimento, i famosi DSA. Sappiamo bene che, a chi ha una diagnosi di DSA vengono date delle stampelle, delle protesi: strumenti dispensativi e compensativi, vengono privati dal fare delle cose invece di comprendere come mai non riesce a farla. Il pensiero sottostante è: “Non riesci? Ok, non farla”. Ma poi come vai avanti nel mondo? Proviamo a metterci nei panni dei bambini che si percepiscono come mancanti di competenze e quindi diversi, “difettosi”. Non vi arrabbiereste voi? Non c’è da meravigliarsi se spesso i comportamenti di questi bambini soddisfano i criteri di ADHD, solo che sono l’effetto della frustrazione che un bambino intelligente, spesso più di altri, prova di fronte ai suoi continui insuccessi scolastici.

Tornando all’ADHD, l’impulsività e l’iperattività oggi vengono incasellate solo nell’ambito biologico, in sintesi quindi l’unica soluzione per gestire uno squilibrio biologico è l’uso di un farmaco che mette a tacere il comportamento problema. Inutile dire le conseguenze della somministrazione di psicofarmaci a bambini di età scolare, sedativi che, come un coperchio, tengono a bada il bambino agitato. Sicuramente questa è la soluzione più semplice, lineare e veloce cui spesso si ricorre: c’è un motivo biologico, mio figlio è nato così, è ammalato e ha bisogno di un farmaco. Dal nostro punto di vista dire che un bambino ha la malattia dell’agitazione è un errore di tipo logico. Si può dire invece che, in un certo contesto in cui il bambino è in relazione con certe persone o situazioni egli si comporta in maniera agitata. Per comprendere il significato di quel comportamento, che l’adulto definisce agitato, si devono individuare e tracciare le relazioni che legano tutti coloro che sono coinvolti in quel momento. Questo è il motivo per cui in situazioni e momenti diversi il bambino non è sempre osservato come agitato.

E gli adulti? Avere oggi conferma di una diagnosi psichiatrica non fatta in età prescolare cosa cambia? Nulla dal punto di vista pratico se non l’occasione per essere etichettato come portatore di una malattia mentale e diventare passivo rispetto al problema. Ciò che cambia è sicuramente il modo con cui gestisco le mie relazioni familiari e sociali. “Ho un problema che non dipende da me, sono malato”: questo cambia il modo in cui io chiedo agli altri di trattarmi, spero, usando un’etichetta che mi fa da scudo, di ricevere un trattamento migliore da coloro che mi hanno fatto soffrire, o con i quali fatico a relazionarmi in maniera adulta.

La psicopatologia non è una malattia del singolo individuo in risposta a un trauma, o a una singola relazione problematica. Il comportamento definito psicopatologico è l’indicatore di una sofferenza non esplicita che riguarda tutto il sistema complesso di rapporti familiari.

In stanzaPsico ti offriamo l’occasione per scegliere consapevolmente di non delegare il tuo problema ai farmaci e alle diagnosi ma di ragionare sul presente ricostruendo i pezzi della tua storia e chiederti:

Come mai oggi ho bisogno di una diagnosi per entrare in relazione con gli altri?

Leave a Reply